giovedì 12 aprile 2018

CELEBRAZIONE EUCARISTICA PRESSO LA CHIESA CAPITOLARE CON LE RAPPRESENTANZE DI ALTRE ISTITUZIONI STORICHE LAICALI

In occasione della Domenica delle Palme ha avuto luogo presso la Chiesa Capitolare una celebrazione eucaristica, presieduta da Mons. Gaetano Tulipano famOT, Assistente Spirituale Vicario del Baliato e concelebrata da Don Giuseppe Iozzia famOT, che ha visto la partecipazione delle rappresentanze di alcune tra le più prestigiose istituzioni storiche laicali operanti sul territorio.
Primo fra tutte l’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, detto anche Ordine mauriziano, Ordine Cavalleresco di Casa Savoia nato nel 1572 dalla fusione dell'Ordine Cavalleresco e Religioso di san Maurizio e dell'Ordine per l'assistenza ai lebbrosi di san Lazzaro. L'Ordine cavalleresco dei Santi Maurizio e Lazzaro è oggi un'associazione senza fini di lucro, a scopo benefico, come la grande maggioranza degli Ordini cavallereschi. Agli aspiranti cavalieri sono, per statuto, richieste le doti di onestà, fedeltà, comprensione, generosità e perdono. L'Ordine conta oggi circa 4.000 membri, fra cavalieri e dame, distribuiti in 33 paesi nel mondo e divisi in Delegazioni nazionali e regionali. Il Capitolo Generale dell'Ordine viene tenuto nell'abbazia svizzera di San Maurizio di Agauno, presso Martigny.
Presente anche una rappresentanza dell’Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon (denominazione assunta dal 1932), nato con l’approvazione del Re Umberto I nel 1878, con il nome di Comizio Generale dei Veterani 1848-1870. Fu eretto Ente morale con R.D. 1 Settembre 1911 n. 1047 ed assunse l'attuale denominazione con R.D. 24 Settembre 1932 n. 1348; è sottoposto alla vigilanza amministrativa del Ministro della Difesa ed è iscritto dal 19 Settembre 2011 nel registro delle persone giuridiche private tenuto dalla Prefettura di Roma. Fa parte del Consiglio Nazionale Permanente fra le Associazioni d'Arma (ASSOARAMA) dal 11 Maggio 2012. Dalla sua fondazione è sempre stato presieduto da un militare di alto rango (in ausiliaria, della riserva o in congedo).
Infine, ha partecipato una rappresentanza della Real Compagnia della Beata Maria Cristina di Savoia Regina delle Due Sicilie, nata nel 2013 come Comitato e poi trasformata in associazione di diritto civile come Real Compagnia: ha come finalità la diffusione del culto, della figura e dell’opera regale e sociale della Beata Maria Cristina di Savoia Regina delle Due Sicilie, nella propagazione della Fede e della Tradizione Cristiana, nella difesa dei valori della vita, della famiglia tradizionale e del diritto naturale. Finalità dei confratelli della Compagnia sono, vivere pienamente la propria vocazione cristiana e impegnarsi in un’intensa attività apostolica; promuovere iniziative di carità, al fine di aiutare e soccorrere quanti versano in stato di bisogno e d’emarginazione; assistere i malati e le loro famiglie; combattere ogni forma di schiavitù morale e materiale nel rispetto del principio della libertà responsabile e dei diritti di ogni persona.

giovedì 15 febbraio 2018

La ruota dello stato macina oltre i regimi


di Aldo A. Mola

“La verità è che quando il fascismo arrivò al governo, delle antiche istituzioni parlamentari non rimaneva più che l'apparenza esteriore. Nella sostanza esse erano state distrutte, e vi si era sostituito una specie di direttorio, composto dai delegati dei gruppi (parlamentari), cioè la più anarchica tra tutte le forme di governo. In quanto dunque il fascismo riconsacrò l'idea di Patria e restaurò l'autorità dello Stato, i fini da esso raggiunti coincidono con quelli a cui dedicai tutta la mia esistenza politica”. Lo scrisse Vittorio Emanuele Orlando, il “presidente della Vittoria”, monarchico, liberale, “pater” della rinascita post-fascista e punto di riferimento di ambienti mafiosi secondo Tommaso Buscetta e altri (lo ricorda Riccardo  Mandelli in “I fantastici 4 vs Lenin”, Ed. Odoya). Era il 2 aprile 1924, quattro giorni prima della straripante vittoria del Partito Nazionale Fascista alle elezioni, in cui ottenne il 66% dei voti. “Il fascismo sorse come protesta contro un eccesso di violenza sovvertitrice della vita nazionale. Il senno e l'intuito del Capo dello Stato (Re Vittorio Emanuele III) risparmiarono una guerra civile, le cui conseguenze sarebbero state gravissime. Mussolini (il 31 ottobre 1922) costituì un ministero che raccoglieva i rappresentanti di tutti i partiti costituzionali e nulla rinnovò negli ordinamenti costituzionali dello Stato. Mussolini, pur facendo al partito (fascista) larghe concessioni, voleva ottenere dal Parlamento la legalizzazione del fatto compiuto”. Lo dichiarò il 3 aprile 1924 Enrico De Nicola, futuro primo presidente della Repubblica. Sono frasi da rileggere e meditare quando si parla, talora a sproposito, di fascismo e di regime fascista come un “continuum” nato, cresciuto e concluso secondo un percorso logico-cronologico uscito dalla mente del duce come Minerva da quella di Giove. La realtà storica è del tutto diversa. Il fascismo fu prima movimento, poi partito. La sala a piazza San Sepolcro in Milano per la prima sortita di Mussolini, il 23 marzo 1919, venne procacciata da Cesare Goldmann, ebreo e massone. Orlando, De Nicola e una lunga serie di liberali, democratici ed ex esponenti del partito popolare (cioè dei cattolici) nel 1924 affollarono la Lista Nazionale e giudicavano il fascismo non su quanto sarebbe avvenuto in un futuro ancora del tutto imprevedibile, ma sulla base di quanto avevano sotto gli occhi: la restaurazione dello Stato dopo anni di guerra civile strisciante, intrapresa da chi voleva “fare come in Russia”, cioè annientare le istituzioni uscite vittoriose dalla Grande Guerra (corona, forze armate, “borghesia”...).
La vera storia del regime fascista non è quella raccontata in discorsi di circostanza. Il 1922-1924 non contiene né le leggi speciali (iniziate con la caccia ai massoni nel 1924-1925), né il 1938, le leggi razziali, il patto d'acciaio e quel che ne seguì. La storia procede a segmenti discontinui e va capita seguendola passo passo, non partendo dalla sua fine. Fluisce come immenso fiume gonfio di acque limpide e detriti, di carogne e sabbie aurifere. Non chiede né sentenze, né giustificazioni, ma cognizioni e comprensione, in una visione di lunga durata e con la comparazione degli eventi di un paese con quelli coevi degli altri Stati, almeno i propinqui.
È il caso dell'Italia tra il 1919 e il 1946. Ne scrive Guido Melis, autorevole studioso delle istituzioni politiche e della storia dell'amministrazione pubblica, nell'importante volume “La macchina imperfetta”, sintetizzato dal sofferto sottotitolo: “Immagine e realtà dello Stato fascista” (ed. il Mulino).
Sulla scorta di decenni di studi severi studi l'autore chiarisce tre “fatti” fondamentali. In primo luogo, contrariamente a quanto solitamente si ritiene, quando venne nominato presidente del Consiglio Mussolini utilizzò largamente la dirigenza esistente (monarchica, liberale, democratica, riformista...) in tutti i settori fondamentali: dalla diplomazia alle forze armate, dalla giustizia all'istruzione e all'economia. A quanto egli scrive potremmo aggiungere un elenco lunghissimo di antifascisti notori chiamati dal duce al governo e al vertice dei gangli vitali dello Stato. Altrettanto avvenne ai vertici  dell'“impresa Italia” (banche, grande industria, commercio...) e dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale affidato al massone Alberto Beneduce. Inoltre Mussolini ridusse il partito a succedaneo dello Stato e la Milizia a “dopolavoro” del partito, libera di celebrare i suoi riti chiassosi (come il giuramento di fedeltà “a Dio e alla Patria”, ignorando il Re), ma senza effettivo potere politico e militare, come si vide nell'ora decisiva, il 25-26 luglio 1943, quando essa risultò evanescente. Infine Melis affronta la “vexata quaestio”: il rapporto tra la monarchia e il fascismo, concretamente tra Vittorio Emanuele III e Mussolini. Al riguardo non aggiunge molto a quanto noto e conclude che durante il regime l'Italia fu una diarchia “piuttosto di fatto che di diritto”, giacché, tratte le somme, il potere apicale rimase nelle mani del sovrano. A chiarimento ulteriore, occorre spazzare via uno degli equivoci perduranti su un nodo centrale del “ventennio” (che poi fu un quindicennio: 1928-1943).  Il Gran Consiglio del Fascismo, istituito con la legge 9 dicembre 1928, n. 2693, non ebbe e non esercitò alcun potere effettivo sulla Corona né, meno ancora, sulla successione al trono. Esso era tenuto a “esprimere il parere su tutte le questioni aventi carattere costituzionale”, tra le quali le “proposte di legge concernenti la successione al Trono, le attribuzioni e le prerogative della Corona, i rapporti tra lo Stato e la Santa  Sede” e doveva anche tenere “aggiornata la lista dei nomi da presentare alla Corona in caso di vacanza per la nomina a Capo del Governo”. Il Gran Consiglio, dunque, non ebbe alcun vero controllo sulla successione, ma solo il “dovere” di formulare un “parere” (la legge non precisò se vincolante) su disegni di legge: la differenza è enorme, anche se troppi storici (inclusi parecchi “monarchici”) non l'hanno né compreso né spiegato nei loro libri e/o dalle cattedre.
Melis dedica un robusto capitolo a “lo Stato totalitario e lo Stato razzista”, cioè alla crisi profonda aperta in Italia dal 1938, pesantemente condizionata dall'annessione dell'Austria da parte della Germania di Hitler, confermata da entusiastico plebiscito nell'inerzia afona di Francia e Gran Bretagna. In quel drammatico contesto, Mussolini intraprese l'offensiva contro la monarchia utilizzando anche le leggi razziali, che avevano innumerevoli e fervidi sostenitori nel mondo cattolico e nelle sinistre (Lenin, Stalin, il Partito comunista d'Italia...) che da mezzo secolo marchiavano a fuoco il complotto “giudaico-massonico”.
Tra i fautori di quelle leggi vi fu Giuseppe Bottai, il “fascista critico”, una cui frase Melis ricorda quale lapide tombale sul “regime”: “Guardo questo irresponsabile (un ufficialetto sedentario al ministero della Guerra) fatto responsabile da questo meccanismo d'irresponsabilità in cui ci siamo cacciati”. Era il 17 novembre 1940. L'Italia stava perdendo l'offensiva contro la Grecia (una tra le decisioni militari più stolte di Mussolini). Ma, oltre che volatile in loggia, dov'era stato Bottai dal 1922? Non erano suoi la Carta della Scuola e la retorica del corporativismo e “Primato”?
Melis ha il merito di documentare che il governo Mussolini fece fuoco con la legna che si trovò a disposizione: i funzionari forgiati nei decenni precedenti, non solo con la regia di Giovanni Giolitti ma sin da Francesco Crispi e prima ancora. La dirigenza di un Paese non si improvvisa. I prefetti dell'età mussoliniana (1922-1943) erano a servizio dello Stato da fine Ottocento. Lo stesso vale per élites militari (Melis ne scrive in “fascio e stellette”), diplomatici, docenti universitari, scienziati, come Guglielmo Marconi e per tanti componenti dell'Accademia d'Italia.
Lo stesso del resto avvenne dopo il 1946, cessato il “tempo del furore” alimentato da partiti vendicativi e in gran parte intrinsecamente antinazionali, acremente critici nei confronti dell'unità nazionale, dell'“idea di Italia” (neoborbonici, neopapisti e neoasburgici ora dilaganti sono solo paleogramsciani in confusione). Il miracolo economico fu opera di una dirigenza che arrivava dagli Anni Trenta, animata da un alto senso dell'interesse pubblico.
Dall'opera meritoria di Melis emerge anche la differenza profonda tra l'Italia monarchica e l'attuale. Piaccia o meno, fu Vittorio Emanuele III a imporre a Mussolini le dimissioni da capo del governo e a incaricare il nuovo capo dell'esecutivo. Fu il Re a prendere sulle spalle il peso della richiesta di resa incondizionata per sottrarre l'Italia a sciagure peggiori. Il sovrano decise in solitudine, e sin dal 1941, come poi scrisse nella “memoria” a difesa del ministro della Real Casa, duca Pietro d'Acquarone. Fu il punto di arrivo di un lungo processo, fondato, tra altro, su un caposaldo della monarchia costituzionale sabauda: l'esclusione del Principe ereditario da qualsiasi responsabilità nelle decisioni del sovrano in carica perché “si regna uno per volta”, così come la Repubblica ha un Capo dello Stato per volta. Sui motivi dell'esclusione del principe Umberto dalle scelte politiche del padre sono state scritte insinuazioni di sapore anche scandalistico. Al netto delle chiacchiere, resta che David è David ed esclude che da qualche parte s'infratti un Assalonne (Antico Testamento, Secondo libro di Samuele, 16-18). La monarchia sabauda non ha mai derogato alle regole della Casa. In Repubblica, invece, il potenziale “principe ereditario”, cioè il presidente del Senato, chiamato ad assumere le funzioni di Capo dello Stato in caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente, si erge ad Assalonne e assume la guida di un partito politico, addirittura di opposizione al governo in carica. È lo sbando delle istituzioni. Se per sciagura dovesse affrontare una crisi vera, come ne uscirebbe questa Italia? La Spagna lo sta facendo perché, a fronte della pochezza antistorica degli indipendentisti catalani, fa perno su Filippo VI di Borbone, cioè sulla monarchia, tutt'uno con l'unità di quel Paese. Qual è invece lo Stato d'Italia mentre Pietro Grasso e la presidente della Camera, Laura Boldrini, fanno campagna elettorale? Qualcuno osserverà che anche in passato i presidenti delle Camere si concessero qualche discorso elettorale: ma non strizzavano l'occhio a forze anti-sistema né erano “all'opposizione”. L'Italia odierna ha due paradossi clamorosi: un ministro degli Esteri non dimissionario ma da mesi scomparso dalle scene (a quando una spiegazione, presidente Gentiloni?) e la solitudine del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, un David che si prodiga in quotidiane presenze sulle trincee più disparate. Porta sulle spalle il “brut fardel” dello Stato, come Vittorio Emanuele II definì il peso della Corona in un Paese giovane, che solo in questo 2018 ricorderà il centenario della sofferta Vittoria del 4 novembre 1918. Non fu “inutile strage” ma coronamento del Risorgimento, la grande prova dell'unità nazionale in un'Europa al collasso. Perciò è l'ora di “stringersi a coorte” e di andare alle urne per difendere il patrimonio comune degli italiani, l'Unità nazionale, uno Stato che macina storia al di là dei regimi che vi si sono susseguiti nel tempo.  

giovedì 25 gennaio 2018

Carl Schmitt ed i fondamenti pre-politici dell’autorità della Chiesa

di Lorenzo Roselli

Comprendere appieno la monumentale architettura concettuale del giurista tedesco Carl Schmitt (1888 – 1985), risulta un’impresa alquanto ardua per qualsiasi studioso; che questo provenga dalle file del Diritto come da quelle della Filosofia. 
Eppure, mai come negli ultimi anni Schmitt appare sempre più fondamentale per una corretta interpretazione della realtà politica attuale.
Mai come adesso ci pare legittimo considerare il giurista di Plettenberg un profeta del caos in cui sguazziamo tutti e che sembra aver distrutto ogni residua certezza nella direzione del divenire dopo la fine della storia perentoriamente proclamata da Francis Fukuyama. 
Se si vuole davvero intervenire nel dibattito filosofico politico odierno, Schmitt (e lo diciamo con un minimo di cognizione di causa) è imprescindibile. 
Ma cosa leggere? E sopratutto chi leggere? 
Negli ultimi anni sono uscite diverse antologie schmittiane di degno interesse, mi preme qui segnalare le più note come Le Categorie del Politico a cura Mulino e la più densa Stato, Grande Spazio, Nomos meritevolmente edita dall’Adelphi. 
Ma se approcciati da un dilettante alle prime armi questi testi possono risultare anche ostici alla lettura: Schmitt è infatti un autore estremamente sistematico e la sua visione d’insieme su concetti quali il politico se è quasi sempre premessa non è affatto detto venga prontamente esplicitata. 
Quello che forse mancava era quindi un testo introduttivo di natura divulgativa che permettesse di gettarsi nello studio schmittiano con un bagaglio adeguatamente preparato.
E il recente lavoro della Mimesis Archeologia del concetto di Politico in Carl Schmitt di Fabrizio Grasso riesce magistralmente nello scopo, collocando Schmitt non tanto nel suo tempo (con quel tono quasi giustificativo di Emanuele Severino teso a spiegare perché proprio un autore lapalissianamente anti-liberale come Schmitt abbia qualcosa da dirci), ma nel suo alveo di pensiero che per Grasso è quello cattolico e contro-rivoluzionario del XIX secolo. 
Inoltre ci dà interessanti linee di lettura per comprendere in che termini il ragionamento schmittiano fondi l’autorità politica (o pre-politica, come vedremo) della Chiesa cattolica.
Certo, Schmitt è il principe della Konservative Revolution forse il movimento culturale e politico tedesco più florido e influente dell’Europa pre-bellica ma a Grasso non interessa un confronto con Von Salomon, Spengler, Mann o Ortega y Gasset. 
Nel I capitolo Il concetto di rappresentazione troviamo proprio un breviario contro-rivoluzionario teso ad evidenziare tutto ciò che accomuna Schmitt ai grandi della cosiddetta Reazione: Joseph De Maistre e, ovviamente, Donoso Cortés a cui Schmitt stesso ha anche dedicato un interessantissimo tomo monografico.
Per Grasso <<E’ attraverso lo studio attento delle opere contro-rivoluzionarie che certamente Schmitt trova ed identifica le analogie, operanti (concrete), storiche ed epocali, esistenti tra la teologia (sempre intesa come una scienza) e la politica.
[…] Solo così sarà possibile mettere in evidenza il chiaro rapporto che esiste tra religione e diritto, teologia e politica.
Posto che la scienza debba superare l prova della realtà, per Schmitt studiare la teologia-politica è possibile, perché essa ha un suo proprio ambito scientifico, questo perché ci sono più fatti storici, che concorrono a mostrarne la realtà.
Altra questione toccata in questo piccolo ma sostanzioso volume è la genesi storica del concetto di Politico in Schmitt che è strettamente legata a quello di autorità. 
Nel corso del I e del II capitolo sono quindi contenuti riferimenti dettagliati ad un breve trattato schmittiano che assurge però ad un ruolo centrale nella sua opera: Cattolicesimo Romano e forma politica.
Infatti l’autorità della Chiesa come la sua politicità sono rilevabili da Schmitt nella mera osservazione della storia ecclesiastica dal Tardo-Impero fino ed oltre la Riforma Protestante dove scoppia l’anti-rominischer Affekt, il sentimento anti-romano che caratterizzerà sempre la dialettica Chiesa-Impero prima e Chiesa-Stato poi nell’evoluzione dell’Occidente cristiano. 
Del resto il fondamento del politico per come è da intendersi della Modernità ovvero l’opposizione permanente tra Amico/Nemico.
Nella res publica christiana le prerogative del sacerdotium e quelle dell’imperium erano si distinte ma complementari, seppur orientate verso un primato del primo sul secondo come ci ricorda il decreto Venerabilem del Sommo Pontefice Innocenzo III e che, se pur non rappresentasse l’ordinamento vigente nel caso concreto (come dimostrano i precedenti e successivi scontri tra vassalli imperiali e vescovi sullo sfondo del Concordato di Worms) costituiva certamente un’importante pressione ideale su tutti i governi [se non si vuol parlare di stati] europei.
Secondo Schmitt <<le costruzioni politiche e giuridiche che caratterizzano la prosecuzione dell’Imperium Romanum non sono l’elemento essenziale riferite alla dottrina del katéchon; esse sono già la caduta e la degenerazione della religiosità nel mito erudito>>. 
L’annullamento della res publica christiana e la decadenza che la trasformerà in Antico Regime prima ed Assolutismo (lo stesso che, secondo De Maistre, vedrà nella Rivoluzione francese il castigo della corruzione verso cui ha trascinato l’Europa) poi è dovuto proprio dalla rottura del sodalizio tra sacerdotium e imperium che degenererà anche lo scontro tra il nuovo modello statuale (quello nazionale) e la Chiesa.
Tale sodalizio potrebbe essere spiegato attraverso il moto che da sempre permette alla Chiesa cattolica di sopravvivere alle contingenze del tempo o del luogo in cui si trova. Essa infatti si trova ad imprimere la sua autorità pastorale e sociale in ogni epoca, di modo che crollano le umane istituzioni; si succedono, gli uni e gli altri, i più impensati tramonti. E ad ogni alba nuova la Chiesa assiste serena ed è baciata dal sorgere di ogni nuovo sole. {Servo di Dio e Sommo Pontefice Pio XII}
Grasso però ci mette in guardia: Schmitt non intende così concordare con Hegel nella sua ermeneutica della Storia, la complexio oppositorum non si riallaccia alla dialettica fichtiana del superamento attraverso la negazione. 
Quello tra sacerdotium ed imperium nel Medioevo cristiano va intesa un sodalizio mai un’opposizione quantunque sintetizzata. 
Per Schmitt è altresì proprio nel frangente dell’opposizione che sorge il Politico come lo intendiamo oggi.
Volendo ancora citare il giurista tedesco in Cattolicesimo Romano e forma politica: <<Muovendo da una promiscuità spirituale che cerca fraterne affinità di tipo romantico o hegeliano, col cattolicesimo, qualcuno potrebbe fare della “complexio oppositorum” una delle proprie molte “sintesi” e credere precipitosamente di aver ricostruito l’essenza del Cattolicesimo.>>
Infatti <<l’essenza di questa “complexio oppositorum” romano-cattolica consiste in una specifica superiorità formale nei confronti della materia della vita umana, quale finora nessun impero ha conosciuto. In questo caso ad una formazione sostanziale della realtà storica e sociale è riuscito – nonostante il suo carattere formale – di rimanere dentro l’esistenza concreta, di essere piena di vita e tuttavia razionale nel grado più alto. Questa peculiarità formale del Cattolicesimo Romano si basa sulla rigorosa attuazione del principio di rappresentazione.>>
E quale rappresentazione? <<[quella] della “civitas humana”, [la Chiesa] rappresenta in ogni attimo il rapporto storico con l’Incarnazione e con il Sacrificio in croce di Cristo, rappresenta Cristo stesso in forma personale, il Dio che si è fatto Uomo nella realtà storica.>>
Ecco allora l’eminente autorità pre-politica della Chiesa di Cristo che si trasmette di secolo in secolo attraverso la coscienza di essere superiore ad ogni formazione politica del momento, una coscienza che passa attraverso la fedeltà al Magistero apostolico di cui si fa portavoce; la Verità è solo in Gesù Cristo ed ogni ordinamento secolare si orienta più o meno alla Verità a seconda di quanto sia fedele Egli ed alla Sua Chiesa. 
Non può esistere su questa terra alcun Nomos più fondato che quello che proviene da Dio; non dal dio dei sapienti, dal dio dei filosofi [dal dio-nazione ndr] ma Dio diAbramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe e Mosè: Dio di Gesù Cristo. {Blaise Pascal}
Quando sentiamo parlare allora di genesi della Modernità politica, dei suoi caratteri di antropocentrismo teoretico (Umanismo), sociale (Liberalismo) ed economico (Capitalismo), dovremmo tenere a mente proprio quel dualismo dialettico che fonda il Politico come siamo da secoli abituati ad intenderlo: l’imprescindibile scontro tra Amico/Nemico che si replica nella nostra visione della storia recente come nelle aule dei nostri parlamenti, delle nostre associazioni di categoria sino alle più elementari proiezioni rappresentative municipali o, perché no, condominiali. 
Un aspetto quello dell’antidualismo della complexio oppositorum su cui Grasso torna molto, sopratutto in aperta critica con il noto accademico modenese Carlo Galli curatore di un recente saggio sul pensiero schmittiano intitolato Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno. Galli è infatti persuaso che nella complexio oppositorum sia rilevabile un dualismo dialettico tra vita (o non-ragione) e ragione.
Ma appunto per Grasso basta rispondere con Schmitt; <<al concetto cattolico-romano di natura è del tutto estranea questa separazione fra un mondo razionalmente tecnicizzato dal lavoro umano ed una natura romanticamente [secondo l’accezione tedesca di tragica impotenza umana di fronte ad essa] inviolata>>.
Nella complexio oppositorum cattolica descritta da Schmitt vi è allora la manifestazione suprema della Ragione nella sua totalità: si tratta, in fondo, del profondo tomismo di Carl Schmitt che non gli permette di immaginare una contrapposizione tra il piano mistico della Rivelazione e quello razionale-naturale come invece avverrà nel fideismo protestante figlio della lettura occamista.
Ponendoci più specificatamente su un piano strettamente politico, Grasso scrive: 
<<A questa specifica razionalità cattolica, che potremmo definire razionalità dell’Unità si oppongono in diverse forme, secondo Schmitt, l’imprenditore quanto Lenin (in quanto perseguenti lo stesso scopo), con il pensiero moderno che poggia il suo sapere soltanto su un apparato tecnico-economico. Questo è però incapace di trovare le origini del Politico ed esso può tutt’al più inseguire il progresso tecnico dei suoi mezzi di potenza (potenza modificatrice della natura e non della politica), ma il concetto di Politico rimane a questi sempre sconosciuto.>>
Nell’evo moderno la principale aporia del Politico, come già detto, si trova nella sua necessità di fondazione di quell’autorità delegante che né l’Assolutismo né il Liberalismo subito dopo sono riusciti a risolvere; quella Groundnorm che Kelsen si trova costretto a ritenere di matrice positiva.
Ora per Schmitt la Chiesa di Cristo nella forma giuridica che da sempre la contraddistingue da ogni altra sapere soteriologico o culto è l’unica che può farsi erede (o più propriamente) del primo diritto capace di ordinare il mondo: il diritto romano.
Una struttura quella del diritto romano di cui la Rivelazione, attraverso il sangue San Pietro e San Paolo, si serve per incrementare l’organizzazione della Chiesa cristiana e dilatare oltre ogni immaginazione la sua portata evangelizzatrice. 
Scrive ancora Grasso: <<Dopo aver sgomberato il campo da qualsiasi equivoco è possibile riuscire a capire su cosa fonda la Chiesa il concetto di Politico. Essa non abbisogna né dei mezzi di potenza della Tecnica né di quelli dell’Economia, poiché possiede [citando direttamente Schmitt] quel pathos dell’autorità nella sua purezza.>>
Come ricorda anche Luciano Albanese ne Il pensiero politico di Schmitt: <<non c’è politica senza autorità, né c’è autorità senza un ethos [della convinzione]>>.
In conclusione, la più importante lezione che il cattolico Carl Schmitt vuole dare a noi cattolici occidentali imbevuti di Liberalismo fin dalla culla è che l’Autorità come tutti i moti di spirito non si dà da se, ma deriva da qualcos’altro di più grande, di irrimediabilmente vero. 
E se l’Apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini ci rammenta che nella storia vi è <<il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose>> non dovrà a maggior ragione riferirsi a Lui l’autorità di cui l’uomo si serve per regolare se stesso e la sua comunità nel mondo? 
In definitiva, Schmitt non fa che presentare in termini giuridici e filosofico-politici la Regalità sociale di Cristo la cui necessità per i cristiani è codificata dall’enciclica Quas Primas del Sommo Pontefice Pio XI:
<<Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all’inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: «Allontanato, infatti — così lamentavamo — Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali».>>
L’autorità definitiva che esiste ed esisterà prima del momento politico, della volontà movibile di una generazione e degli accidenti di una stagione non può che essere l’autorità Prima, l’autorità Vera. 
E non vi può essere verità all’infuori di Nostro Signore Gesù Cristo.

da: www.radiospada.org

martedì 23 gennaio 2018

La monarchia sabauda secondo Carlo Francesco d’Agostino

di Nicodemo Graber
Il rientro in Italia delle spoglie mortali del re Vittorio Emanuele III di Savoia e della consorte regina Elena ha suscitato vivaci polemiche ampiamente riprese da stampa e altri media. Polemiche che hanno coinvolto lo stesso mondo cattolico fedele alla Tradizione. 
La sepoltura del Re Soldato e della regina Elena nella cappella di San Bernardo del santuario sabaudo di Vicoforte ha così offerto occasione per un rinnovato interrogarsi, in casa cattolica, sulla legittimità dello Stato italiano di cui Vittorio Emanuele III fu il monarca per quarantasei anni.
Un simile interrogarsi porta con sé la necessità d’una valutazione cattolica del Risorgimento, di pensare la Questione Romana e la sua soluzione con i Patti Lateranensi, rimette al centro l’idea di legittimità come classicamente compresa.
Per il cattolicesimo la potestà politica non è un puro potere, è invece autorità moralmente qualificata che rimanda ad un ordine di giustizia oggettivo e perenne, è autorità che viene da Dio e a Dio deve rispondere. Ecco la grande questione della legittimità della potestà politica.
Tradizionalmente la teologia cattolica ha distinto due ordini di legittimità, uno facente riferimento all’origine della potestà e l’altro all’esercizio di questa potestà. Vi è dunque una legittimità d’origine e una legittimità d’esercizio. Casa Savoia è una plurisecolare dinastia cattolica, ma il regno dei Savoia sull’Italia fa problema sia quanto all’origine che quanto all’esercizio, essendo nato con le rivoluzioni e le usurpazioni risorgimentali ed essendosi poi dato in un regime liberale laicista e anticlericale.
Per offrire un contributo di chiarezza sulla questione ci sembra utile ricordare la lezione d’un giurista e politico cattolico del ‘900 luminoso nella sua fedeltà intransigente alla Dottrina sociale della Chiesa: l’avvocato Carlo Francesco D’Agostino, pretore onorario di Roma, fondatore nel 1943 e presidente del Centro Politico Italiano (organizzazione nata clandestina nell’Urbe sotto occupazione tedesca che raccoglieva alti ufficiali, giuristi, aristocratici, uomini di Corte, diplomatici, etc. uniti dall’impegno per la restaurazione dell’Italia cattolica), fondatore e direttore del giornale L’Alleanza Italiana, voce critica e libera del cattolicesimo politico dal ‘43 agli anni ‘90 del ‘900.
Carlo Francesco D’Agostino, da cattolico integrale, intese sempre il suo impegno politico come impegno etico, dunque vincolato ad un rigoroso principio di legittimità. Si interrogò allora e scrisse molto sulla legittimità dello Stato italiano, analizzò e giudicò, alla luce della Dottrina cattolica, il processo risorgimentale, lo Stato unitario liberale, il Regime fascista, lo status del Regno d’Italia dopo i Patti del Laterano, la Repubblica Sociale Italiana e poi la Luogotenenza e il governo del CLN, il Referendum istituzionale del ‘46, la neonata Repubblica e la Costituzione del ‘48.
Il nostro autore riconosce il Risorgimento per ciò che è, una rivoluzione liberal-massonica, e parla di «avanzata della Rivoluzione neopagana» (C.F. D’Agostino, Il «mea culpa» della Dinastia di Savoia, ora in 23 quaderni non inclusi nelle precedenti Raccolte, Editrice L’Alleanza Italiana, Osnago s.i.d., p. 21), iniziata in Piemonte con la spogliazione dei plurisecolari diritti della Chiesa: il governo di Torino «adottò anzitutto libertà spregiudicata per lo Stato nei riguardi della Chiesa con le leggi restrittive e di spogliazione – antiecclesiastiche e perciò anticattoliche – emanate ben prima che qualsiasi pretesto potesse essere tratto dalla questione del presunto ostacolo che il Papato potesse rappresentare per l’unificazione d’Italia» (Idem, Per un’Italia da ricostruire: Savoia ed il Re, Editrice L’Alleanza Italiana, Osnago s.i.d., p. 17). Scrive della «empietà della politica di Cavour, diciamo meglio, della politica dei Re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II» (ivi, p. 20) e delle «aggressioni gabellate come Guerre di Indipendenza» (Idem, Cattolicesimo per l’Italia 2°, Editrice L’Alleanza Italiana, Osnago s.i.d., p. 18).
Il giudizio è netto: il Risorgimento è rivoluzione, le guerre d’indipendenza aggressioni, il nuovo Regno illegittimo perché nato dall’usurpazione e secondo una ratio massonica anticristiana. D’Agostino sottolinea come «l’estensione della sovranità sabauda su nuovi territori portava con sé il dilagare della immoralità e della irreligione» (C.F. D’Agostino, Il «mea culpa» della Dinastia di Savoia, ora in 23 quaderni non inclusi nelle precedenti Raccolte, Editrice L’Alleanza Italiana, Osnago s.i.d., p. 21). Concludeva D’Agostino che «il Regno d’Italia, in diritto, non esisteva […] più di quanto, dopo il 1943, esistesse in via di diritto la Repubblica Sociale Italiana» (Idem, Sua Maestà Vittorio Emanuele III Re martire. Il più grande italiano di questo secolo, Editrice L’Alleanza Italiana, Osnago s.i.d., p. 36), i monarchi e i governanti dello Stato italiano non erano altro che «esercenti illegittimi del potere di fatto» (ibidem).
Il giudizio del D’Agostino sulla illegittimità del Regno d’Italia è il medesimo della Santa Sede. D’Agostino rifiuta l’argomento dell’amico Petitto che riconosceva i Savoia re d’Italia e riconosce i diritti usurpati delle Antiche Dinastie italiche e, ancor più, l’imprescrittibile diritto del Romano Pontefice al proprio regno temporale.
Però, secondo il nostro autore, con i Patti del Laterano lo status del Regno d’Italia muta, in ragione del riconoscimento ottenuto dal Vicario di Cristo. Per D’Agostino fu Vittorio Emanuele III il primo re (legittimo) d’Italia essendo Vittorio Emanuele II, Umberto I e lo stesso Vittorio Emanuele III sino al ‘29 non re legittimi ma usurpatori. Con i Patti Lateranensi i «Romani Pontefici, definitivamente, legittimarono la Sovranità della Dinastia Sabauda» (C. Odder, Ritrattazioni di un Vescovo, in C.F. D’Agostino, 23 quaderni non inclusi nelle precedenti Raccolte, Editrice L’Alleanza Italiana, Osnago s.i.d., p. 279).
I Patti Lateranensi legittimano il Regno dei Savoia quanto all’origine e quanto all’esercizio; quanto all’origine, perché il Vicario di Cristo riconosce Vittorio Emanuele III come re legittimo sui popoli e i territori che erano stati sottratti con la violenza allo Stato Pontificio (ad eccezione del piccolo territorio del Vaticano a soluzione della Questione Romana) e alle altre Case regnanti italiche sottoposte tutte alla suprema autorità del Papa; quanto all’esercizio, perché con quei Patti il Regno d’Italia si impegna ad abbandonare l’empietà liberal-rivoluzionaria e ad essere Stato confessionale cattolico ridando pieno vigore all’art. 1 dello Statuto albertino.
Ecco allora la grandezza di Vittorio Emanuele III che D’Agostino riconosce, essere il primo Re (legittimo) d’Italia, il Re dei Patti Lateranensi, il Re riconosciuto da Pio XI, il Re di un Regno d’Italia finalmente cattolico per solenne impegno. Carlo Francesco D’Agostino fu, proprio perché cattolico, fedele suddito di Vittorio Emanuele III e, dal 1946, di Umberto II, veri e legittimi Re d’Italia.
Secondo D’Agostino i Patti Lateranensi legittimano il regno di Vittorio Emanuele III, la legittima autorità regia di Umberto II non può essere scalfita da un referendum. Lucidissime le pagine che D’Agostino dedica a dimostrare l’illegittimità del Referendum istituzionale, della Repubblica italiana e della Costituzione ma questo richiederebbe un altro articolo. Basti ricordare che D’Agostino, proprio in nome della concezione cattolica del diritto, riconobbe Umberto II come legittimo Re d’Italia sino sua alla morte e affermò sempre essere la Repubblica un mero regime de factosenza alcuna legittimità. 
da: www.corrispondenzaromana.it

sabato 30 dicembre 2017

I contenuti del nuovo numero del Gazzettino Araldico


4° Convegno - Araldica: attualità e prospettive
L'araldica in università p.2
di Paolo Bizzozero
Quando il luogo fa la differenza p.2
a cura del Centro Studi Araldici

L'araldica dello Scudo d'Oro
La storia dei Koreywa p.3
di Raffaele Coppola
Novità libraria - Genealogia e storia del casato Koreywa p.4
a cura della Redazione del Gazzettino Araldico

7° Rapporto Nazionale sullo Stato dell'Araldica
7° Rapporto sull'Araldica p.5
di Giovanni Moneta
Indicazioni metodologiche p.5
a cura della Redazione
Offerta 7° Rapporto sull'Araldica cartaceo p.6
a cura delll'Ufficio Stampa

Incontro pubblico sull'araldica
Dall'archivio al libro p.7
di Carlo Preatoni

Notizie in breve
5x1000 al CESA p.8
Premio di laurea p.8
22 nuovi filmati per araldica TV p.9
AAA Cercasi collaboratori p.9
a cura delle nostre Redazioni

Selezione dalla cronaca del "Notiziario Araldico"
Leonardo Visconti di Modrone nuovo Governatore Generale dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro pp.10-12
Mostra degli Ordini equestri della Repubblica di San Marino pp.12-13
a cura della redazione del Notiziario Araldico

Le nuove registrazioni
Riproduzioni di tutti i nuovi stemmi familiari registrati su Stemmario Italiano® p.14-15
a cura della Cancelleria del Centro Studi Araldici

Libri in redazione
Collegio Cardinalizio per l'anno 2016 p.16
di Raffaele Coppola

Pubblicazioni Centro Studi Araldici
Collana L'araldica dello Scudo d'Oro pp.17-18
Rapporto Nazionale sullo stato dell'Araldica p.19-20
Attii dei convegni p.20
Gazzettino Araldico Raccolta p.21
Miscellanea p.22
a cura della Redazione

Notiziario Centro Studi Araldici

Tutte le news sulle attività del CESA pubblicate nel Notiziario Araldico durante l’ultimo semestre pp.23-26
a cura della Redazione

Ultima di copertina
La foto a soggetto araldico selezionata per questo numero p.27

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venerdì 22 dicembre 2017

Elena di Savoia. Riposa Nel Santuario Di Vicoforte

di Aldo A. Mola

Dalle 15 del 15 dicembre 2017 la Salma di Elena di Savoia, riposa nella Cappella di San Bernardo  del Santuario-Basilica di Vicoforte (Cuneo), accanto alle spoglie di Carlo Emanuele I di Savoia, il Duca che nel 1596 volle la costruzione del maestoso Mausoleo dei Savoia, capolavoro di Ascanio Vitozzi e di Francesco Gallo.
Elena fu la Regina più amata dagli italiani: maestosa e affabile, riservata e onnipresente, ispirò artisti, poeti e suscitò l'affetto dei cittadini che la sentirono vicina.
Insignita da papa Pio XI della “Rosa d'Oro della Cristanità” (1937), onorificenza suprema pontificia conferibile a donne, da Pio XII fu definita “Signora della carità benefica”.
Sempre accanto al Re, Vittorio Emanuele III, condivise il dramma del popolo italiano. La sua secondogenita, la Principessa Mafalda, consorte del principe Filippo d'Assia, gravemente ferita durante un bombardamento aereo americano sul campo di prigionia ove era stata deportata dai tedeschi (1944), morì dopo un vano intervento chirurgico. Ne scrisse con delicatezza Mariù Safier, biografa anche di Jolanda di Savoia (“La Principessa del silenzio”, ed. Teca), consorte del conte Carlo Calvi di Bergolo.

Elena nacque a Cettigne l'8 gennaio 1873, sestogenita degli undici figli di Nicola I Petrovic Njegos, principe del Montenegro, e di Milena Vukotic. Suo padrino fu lo zar di Russia Alessandro II. Allieva dell'Istituto Smonly a San Pietroburgo, coltivò lettere, disegno, pittura e musica.
Nel 1895, all'Esposizione di Belle Arti di Venezia, conobbe Vittorio Emanuele di Savoia, principe di Napoli, già allievo del Collegio Militare della Nunziatella. Lo rivide quando il principe ereditario della corona d'Italia nel 1896 andò in visita a Mosca per l'incoronazione dello zar Nicola II. Recatosi a Cettigne, capitale del Montenegro, il 16 agosto il principe la chiese in sposa. Il 21 ottobre la principessa Elena, già di confessione ortodossa, professò la fede cattolica nella Cattedrale di San Nicola a Bari. Il 24 seguente venne celebrato il loro matrimonio civile nel Palazzo del Quirinale e quello religioso in Santa Maria degli Angeli. Seguirono anni di viaggi, sinteticamente documentati dall'“Itinerario generale dopo il 1896” scritto da Vittorio Emanuele III.
Dopo l'assassinio di Umberto I a Monza (29 luglio 1900) Elena ascese a Regina d'Italia accanto a Vittorio Emanuele III, salito al trono trentunenne. Gli dette Jolanda (1901), Mafalda (1902) e Umberto, principe ereditario, nato a Racconigi il 15 settembre 1904, seguiti da Giovanna, poi consorte di Boris III zar dei Bulgari e madre di Simeone II, la cui autobiografia (“Un destino singolare, ed Gangemi) è da pochi giorni comparsa in Italia, e infine Maria.
Nel 1908 accorse in aiuto delle vittime del catastrofico terremoto di Messina e Reggio. Fece adattare a ospedale la corazzata “Regina Elena”. Il 16 luglio 1915, dopo l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra, allestì al Quirinale l'Ospedale Territoriale n. 1, capace di 250 letti per feriti gravi, con speciale attenzione per i mutilati e i grandi invalidi, alle cui cure sovrintese e concorse di persona. Istituì la Fondazione Elena di Savoia a sostegno dei figli di ferrovieri mutilati morti o mutilati in servizio o in guerra. Dette forte impulso alla Croce Rossa Italiana e promosse ricerche scientifiche e istituzioni filantropiche con partecipe sollecitudine.
Nel 1939 indirizzò una lettera alle sovrane di Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Bulgaria e Jugoslavia sollecitando una iniziativa congiunta per fermare la guerra, cominciata da tre mesi. Il 9-12 settembre 1943 si trasferì da Roma a Brindisi con il Re e il figlio, Umberto, principe di Piemonte.
All'abdicazione di Vittorio Emanuele III (9 maggio 1946) Elena di Savoia lasciò l'Italia per Alessandria d'Egitto, ove visse a Villa Jela. Vi festeggiò cinquant'anni di matrimonio.
Dopo la morte del sovrano (che si spense ad Alessandria d'Egitto il 28 dicembre 1947, da cittadino italiano all'estero, tre giorni prima che la Costituzione potesse comminargli l'esilio) Elena di Savoia si trasferì per cure a Montpellier. Vi morì il 28 novembre 1952. Fu sepolta nel cimitero cittadino di Saint-Lazare, a lungo meta di italiani non immemori. Nel 1960 a Messina le venne dedicato un monumento in marmo bianco di Carrara. Nel 2002, cinquantesimo della sua morte, fu emesso un francobollo a ricordo della sua figura. Altrettanto fece nel 2013 il Montenegro, ove le spoglie dei suoi genitori vennero traslate dalla chiesa ortodossa di San Remo ove erano tumulate.
Nella memoria Elena di Savoia fu e rimane “La Regina Elena”. Per rallegrarsi del suo ritorno non è necessario essere monarchici. Basta essere italiani. È ormai lontano il “tempo del furore”. È tempo di pietas, di ricomposizione della memoria nazionale. Come ha dichiarato Luca Fucini, membro della Consulta dei senatori del regno, delegato a rappresentare la Casa alla estumulazione della salma a Montpellier, Vittorio Emanuele III avrebbe certo desiderato riposare accanto alla Regina, alla quale fu unito nella buona e nella cattiva sorte in cinquantun anni di matrimonio: un capitolo della travagliata storia d'Europa.
Alla ritumulazione, benedetta dal Rettore del Santuario-Basilica, mons. Meo Bessone, hanno assistito il delegato della Casa, Federico Radicati di Primeglio, e il presidente della Consulta dei Senatori del Regno.